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Una lunga storia che profuma di bucato

Una lunga storia che profuma di bucato

Il carro del lavandaio

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Il carro dei lavandai, in tutto il suo ritrovato splendore, guidato da Angelo Borromeo, altrettanto autentico "lavandaio"
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Particolare della tipica collana per carichi pesanti
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Pronti per consegnare all´albergo biancheria da tavola e da letto perfettamente lavata e stirata e prendere in consegna i sacchi per la successiva lavorazione

Quanti ricordi affiorano da un carro semplice, che ha finito la sua funzione con l’avvento della tecnologia, le macchine e le lavatrici: se solo potesse parlare!

 

Il carro del lavandaio era talvolta di dimensioni ridotte, a due ruote, tirato anche a mano da un uomo, ma solitamente presentava quattro ruote ed era tirato da un cavallo o da un buon mulo.

Quello che presentiamo oggi è del secondo tipo ed apparteneva ad un lavandaio che aveva molti clienti e quindi aveva bisogno di un carro più grande. Formato da un pianale molto capiente, con sponde alte e dotato di un sedile anteriore, era utile anche per traslochi o comunque tutte quelle attività che movimentavano materiale ingombrante.

Il carrozziere che lo ha realizzato ha ben tenuto presente le esigenze dell’utilizzatore, creando tutte le condizioni necessarie per alleviare il lavoro del conducente. La sua verniciatura semplice e lineare rispecchia la personalità degli uomini che lo utilizzavano.

 

Il nostro carro di oggi è stato recuperato da una persona che nella sua vita ha saputo coniugare la passione per le redini lunghe con il proprio mestiere di lavandaio, ma non quelli che lavavano a mano, ma di un lavandaio a livello industriale che ha saputo inserire la tecnologia nella sua azienda e renderla competitiva sul mercato.

Angelo Borromeo tra i suoi ricordi aveva il carro da lavandaio che aveva visto da bambino ed ha voluto recuperarlo. Il restauro ne ha ben conservato lo stato originale senza stravolgere l’essenzialità del mezzo: nulla è stato cambiato, sia nella parte lignea che nelle decorazioni, avendo come unico obiettivo quello di rendendolo nuovamente utilizzabile.

 

Un lavoro di recupero molto importante è stato quello dei finimenti, reso possibile dalla complicità di tanti amici che condividono la passione per gli attacchi da lavoro. In parte sono stati rifatti identici agli originali, in modo da renderli sicuri ma conservando all’insieme l’aspetto più autentico ed il risultato finale gli ha reso merito.

 

Nella sua semplicità è stato oggetto di racconti di molti scrittori, tra i quali Italo Calvino, i quali ne hanno descritto il lento incedere nei controviali delle grandi città con un mulo attaccato che conosceva bene le fermate da fare.

Il racconto descrive un quadro completo formato da un uomo che consegnava un fagotto di biancheria pulita e recuperava i sacchi della biancheria sporca e mentre un bambino o una figura femminile, la figlia o la moglie rimaneva a guardia del carro a cui era attaccato un mulo che mai più si sarebbe mosso se non comandato a voce dal conduttore.

 

Un grazie bisogna rivolgere, in questo caso ad Angelo Borromeo, ma anche a tutti coloro che rovistando tra i loro ricordi ci permettono di rivivere un pezzo della civiltà dell’uomo, con i cui mezzi ci hanno condotti in un mondo meccanizzato che tanto allevia il lavoro dell’uomo.

 

Articolo estratto da Carrozze&Cavalli, la rivista per tutti gli appassionati di redini lunghe!

Negli articoli e nelle rubriche di Carrozze&Cavalli troverete spunti e risposte interessanti su storia, cultura, tradizione, agonismo e tempo libero.

 

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Giuseppe Angiulli
Fonte: Carrozze&Cavalli

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